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 Anassimandro

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GianLupo

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MessaggioTitolo: Anassimandro   Mar 19 Lug 2011, 18:33

Anassimandro

Concittadino e contemporaneo di Talete, ANASSIMANDRO nacque nel 610-09 (aveva 64 anni quando nel 547-46 scoprì l'obliquità dello Zodiaco). Fu anch'egli uomo politico ed astronomo. E' il primo autore di scritti filosofici in Grecia; la sua opera in prosa Intorno alla natura segna una tappa notevole nella speculazione cosmologica degli ionici. Per primo egli chiamò la sostanza unica con il nome di principio (arché); e riconobbe tale principio non nell'acqua o nell'aria o in altro particolare elemento, ma nell'infinito (dpeiron) cioè nella quantità infinita della materia, dalla quale tutte le cose hanno origine e nella quale tutte le cose si dissolvono, quando è terminato il ciclo stabilito per esse da una legge necessaria. Questo principio infinito abbraccia e governa ogni cosa; per suo conto è immortale e indistruttibile, quindi divino. Esso non va concepito come una miscela (migma) dei vari elementi corporei in cui questi siano compresi ognuno con le sue qualità determinate; ma piuttosto come una materia in cui gli elementi non sono ancora distinti e che perciò, oltre che infinita, è anche indefinita (aòriston) (Diels, A 9 a).
Queste determinazioni rappresentano già uno sviluppo e un arricchimento della cosmologia di Talete. In primo luogo, il carattere indeterminato della sostanza primordiale, che non si identifica con nessuno degli elementi corporei, mentre consente di intendere meglio la derivazione di questi elementi come altrettante specificazioni e determinazioni di essa, toglie ogni carattere di vera e propria corporeità alla sostanza stessa e ne fa una pura massa quantitativa o estesa. La corporeità essendo infatti legata alla determinatezza degli elementi particolari, l'àpeiron non può distinguersi da questi se non nell'essere privo delle determinazioni che costituiscono la loro corporeità sensibile e nel ridursi quindi all'infinito spaziale. Sebbene non possa ritrovarsi in Anassimandro il concetto di uno spazio incorporeo, l'indeterminatezza dell'àpeiron, riducendolo alla spazialità, ne fa necessariamente un corpo determinato soltanto dalla sua estensione. Ora tale estensione è infinita e come tale abbracciante e governante il tutto (Diels, A 15). Queste determinazioni e soprattutto la prima, fanno dell'àpeiron una realtà distinta dal mondo e trascendente: ciò che abbraccia è sempre fuori e al di là di ciò che viene abbracciato, sebbene in rapporto con esso. Il principio che Anassimandro pone come sostanza originaria merita dunque il nome di «divino». L'esigenza stessa della spiegazione naturalistica conduce Anassimandro ad una prima elaborazione filosofica del trascendente e del divino, per la prima volta sottratto alla superstizione ed al mito. Ma l'infinito è anche ciò che governa il mondo: esso è dunque non solo la sostanza ma la legge del mondo.
Per primo, Anassimandro si è proposto il problema del processo attraverso il quale le cose derivano dalla sostanza primordiale. Tale processo è la separazione. La sostanza infinita è animata da un eterno movimento, in virtù del quale si separano da essa i contrari: caldo e freddo, secco ed umido, ecc. Per mezzo di questa separazione si generano i mondi infiniti, che si succedono secondo un ciclo eterno. Per ogni mondo, il tempo della nascita, della durata e della fine è segnato. «Tutti gli esseri devono, secondo l'ordine del tempo, pagare gli uni agli altri il fio della loro ingiustizia» (fr. 1, Diels). Qui la legge di giustizia che Solone riteneva dominatrice del mondo umano, legge che punisce la prevaricazione e la prepotenza, diventa legge cosmica, legge che regola la nascita e la morte dei mondi. Ma qual è l'ingiustizia che tutti gli esseri commettono e che tutti devono espiare? Evidentemente, essa è dovuta alla costituzione stessa e quindi alla nascita degli esseri, dato che nessuno di essi può evitarla come non può sottrarsi alla pena. Ora la nascita è, come si è visto, la separazione degli esseri dalla sostanza infinita. Evidentemente, questa separazione è la rottura dell'unità, che è propria dell'infinito; è il subentrare della diversità, quindi del contrasto, là dove erano l'omogeneità e l'armonia. Con la separazione dunque si determina la condizione propria degli esseri finiti: molteplici, diversi e contrastanti fra loro, perciò inevitabilmente destinati a scontare con la morte la loro stessa nascita e a ritornare all'unità.
Attraverso i secoli e la scarsità delle notizie rimasteci noi possiamo ancora renderci conto, da questi cenni, della grandezza della personalità filosofica di Anassimandro. Egli ha fondato l'unità del mondo non soltanto sull'unità della sostanza, ma anche sull'unità della legge che lo governa. E in questa legge ha visto non una necessità cieca, ma una forma di giustizia. L'unità del problema cosmologico con il problema umano è qui nello sfondo: Eraclito la metterà in piena luce.
Intanto, la natura stessa della sostanza primordiale conduce Anassimandro ad ammettere l'infinità dei mondi. Si è visto che infiniti mondi si succedono secondo un ciclo eterno; ma i mondi sono infiniti anche contemporaneamente nello spazio o soltanto successivamente nel tempo? Una testimonianza di Aezio novera Anassimandro tra quelli che ammettono mondi innumerevoli che circondano da tutti i lati quello che noi abitiamo; ed una testimonianza analoga ci dà Simplicio, che mette, accanto ad Anassimandro, Leucippo, Democrito ed Epicuro (Diels, A 17). Cicerone (De nat. deor., I, 10, 25), copiando Filodemo, autore di un trattato sulla religione che si è trovato ad Ercolano, dice: «L’opinione di Anassimandro era che ci sono divinità che nascono, crescono e muoiono a lunghi intervalli e che queste divinità sono mondi innumerevoli». In realtà è difficile negare che Anassimandro abbia ammesso un'infinità spaziale dei mondi. Giacché se l'infinito abbraccia tutti i mondi, esso deve essere pensato al di là non di un solo mondo, ma di altri e altri ancora. Soltanto nei confronti di infiniti mondi può intendersi l'infinità della sostanza primordiale, che tutto abbraccia e trascende.
Anassimandro considera in modo originale la forma della terra: essa è un cilindro che sta librato nel mezzo del mondo senza essere sostenuto da nulla perché, trovandosi a eguale distanza tra tutte le parti, non è sollecitata a muoversi da nessuna di esse. Quanto agli uomini, essi non sono gli esseri originari della natura.
Difatti non sanno nutrirsi da sé, non avrebbero potuto quindi sopravvivere se fossero nati la prima volta come nascono ora. Hanno dovuto dunque avere origine da altri animali. Essi nacquero dentro i pesci e dopo essere stati nutriti, divenuti capaci di proteggersi da sé, furono gettati fuori e presero terra. Teorie strane e primitive, ma che mostrano nella forma più decisa l'esigenza di cercare una spiegazione puramente naturalistica del mondo e di attenersi ai dati dell'esperienza.
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